“Ricomincio da Tre” — Massimo Troisi
“Appocundria me scoppia ogne minuto ‘mpietto, pecchè passanno forte, ha scuncecato ‘o lietto. Appocundria ‘e chi è sazio e dice ca è diuno, appocundria ‘e nisciuno.”
C’è una malinconia, se sei di Napoli e dintorni, che manco una risata ti leva dalla faccia. E’ una condizione esistenziale, niente da spiegare. Quella di chi la mattina si sveglia “azzeccato”, come si dice in gergo da queste parti. Stordito. Avete presente un gatto che non vuole carezze da poco sveglio? Ecco.
La canzone di Pino Daniele (autore della colonna sonora e “sostituto” di Bennato pensato in precedenza) citata in esergo sta lì apposta. E’ stata scritta per un capolavoro, “Nero a metà” del 1980, realizzato a ridosso proprio di questo film. Un collante tra i due progetti è legato, forse logico.
Massimo Troisi, con la prima opera, girata in soli sei mesi per la miseria di 450 milioni di lire (12 miliardi e settecento milioni ricavati, primo incasso al box office italiano di quell’anno, 2 David di Donatello, 4 Nastri d’argento, 600 giorni di programmazione ininterrotta) straccia la concorrenza di “Star Wars – L’impero colpisce ancora”, “Shining” e “Flash Gordon”. Entrando nella testa e nel cuore dello spettatore, delle persone. Diventa insomma, uno di famiglia, chiamarlo comico suona persino riduttivo.
E pensare che Fulvio Lucisano, il produttore con Mauro Berardi, temeva non lo capisse (e vedesse) nessuno fuori dalla Campania. Dovette garantire di tasca propria a molte sale di Milano, ad esempio, l’incasso normale di cinque settimanen. Anche se non fosse stato staccato un solo biglietto d’ingresso. L’unica condizione che pose all’esordiente regista fu quella di fargli ripetere le battute (idea sua). “In questo modo se non le capivi la prima volta le capivi la seconda, come nella famosa scena col vaso”. °°
“Ricomincio da tre”, ad essere sinceri, ha molti difetti e lacune narrative. Inevitabili per un ragazzo di 28 anni che nemmeno riteneva di essere all’altezza di una regia. Condotta, poi, da autodidatta. Servendosi appena di un direttore della fotografia, un montatore e soprattutto un vice di sostanza, Umberto Angelucci. Aiuto di Elio Petri e Pasolini.
Però è epocale. Senza ammiccamenti “ruffiani” di altri successi del periodo come “Così parlò Bellavista” e “Mi Manda Picone”. Qui non c’è oleografia. Semmai essenzialità. Siamo dalle parti di Eduardo. Seguendo un tentativo onesto di scardinare gli stereotipi gravanti sulla cultura partenopea. Il solco è quello di Annibale Ruccello, della Nuova Compagnia di Canto Popolare, dei Napoli Centrale e di altri artisti di quel fertile momento. Volto a un necessario rinnovamento raggiunto in modo filologico. Atto a restituire rispetto a una Città stanca delle caricature. Nessun cliché, dunque. Nessuno stereotipo. Solo napoletanità asciutta, verace, dignitosa. In questa storia non si gioca a fare i napoletani.
La scelta di alcuni protagonisti del cast, del resto, la dice lunga. A cominciare da Lino Troisi, il papà che precisa il nuovo indirizzo alla Madonna (“Via Cavalli di Bronzo 31, comme si vvuje vulisseve prendere l’autostrada…”). Passando per Marina Pagano, cantante e grande attrice teatro (la “ZIA”). Fino a tutti i personaggi “di contorno” che recitano in vernacolo stretto evitando qualsiasi manierismo (stona appena Deddi Savagnone, romana e doppiatrice di professione). Spiccano in tal senso Cloris Brosca, Carmine Faraco, Patrizio Rispo, Alfredo Cozzolino.
In fondo se sei napoletano nei primi anni ’80, dove di moderno dalle tue parti ci trovi solo le macerie del terremoto appena passato (compresa una Reggia del Miglio d’Oro quale Villa Vannucchi), il tuo linguaggio non può restare quello dei film di Totò. Che il dialetto manco lo parlava. O, peggio, l’approssimativo scimmiottare di tutta la “Commedia all’italiana” che lo sviliva coi mostri sacri Mastroianni e Manfredi in vacanza.
Essere vesuviano, inoltre, è un altro fatto ancora. Il Vulcano lo tieni dentro. San Giorgio a Cremano dove nasci, Torre del Greco e la poca voglia di andare a scuola fanno da cuscinetto alle contaminazioni generaliste. La Provincia trasforma la lingua. È lava che si da un freno. Dorme, eppure scotta uguale. Nuova, smozzicata, nervosa, indolente, onomatopeica. Un po’ di italiano infilato in mezzo a parole solo accennate. L’hai detto in un’intervista: “E’ stata come un’ostinazione; ma non tanto a usarlo quanto a non volerne uscire. Perché il napoletano io l’ho usato allora e lo uso adesso in modo normale, non spettacolare.” °°
Eccola spiegata la libertà di proseguire sfacciato e timido. Col pudore e la voglia di stare al centro dell’attenzione contemporaneamente. Col lusso delle parolacce che non risultano volgari. Anzi. In bocca a te diventano cult: “A nu certo punto, pure ‘o presentatore, s’è fermato. No, scusate, andate a vedere chi è stu curnuto…” – “Ma vafangul’ tu e mammina!”). Dissacrando sacro (non se “ne scende” proprio l’ipocrisia ecclesiale per chi ha rischiato di morire fin da piccolo) e profano. Romantico e impacciato senza cadere nel ridicolo, nel melenso. Talmente avanti da suggerire il labirinto dei retaggi di ogni maschio “moderno”.
Perché ci vuole una bella testa a far passare per scocciante San Francesco (la migrazione in fondo è colpa sua) giustificando Giuda (“S’ha visto ‘e trenta denari mmane…”). Il giro del palazzo, a fingere di incrociare la ragazza amata nello struscio di San Giovanni a Firenze (che neanche t’accorgi del Battistero sullo sfondo) è meraviglia. Pochi se la possono permettere. L’amore deve esserti piaciuto proprio assai.
Rimane la sensibilità di chi ha fatto sociologia svecchiando il panorama. Rappresentando se stesso, scherzando l’esistenza, che se non la esorcizzi fa male assai. Fiorenza Marchegiani è straordinaria, Marco Messeri (pagato con un tv color) incredibile, Renato Scarpa pazzesco, Laura Nucci (donna fatale di Blasetti, altro che nonnina) completa un quadro diventato subito immaginario. Quello collettivo lo lasciamo ai fessi che dimenticano. Chi cita le battute a memoria da 45 anni continuerà a tramandarle in eterno. Ringraziando due figure indispensabili: Lello Arena a supervisionare, fare casting e recitare da Dio. Anna Pavignano a riallacciare appunti e frammenti, vita sceneggiata in scrittura.
La porta del bagno chiusa a chiave, gli americani, i complessi di Robertino, la gelosia allo specchio, Cooper e Montaigne a sproposito, il femminismo di ritorno, “Voi donne siete più…”, i miracoli a due marce, Alain Delon, le stanze d’albergo a settemila lire,“Ma-ssi-mi-lia-no scostumato”, la guerra nel sonno, la Pennicillina di Fleming, e “le casseforti, le cassate, le gazzose, le casse dello champagne e le casse dammorto…”.
Certe eredità appartengono a tutti quelli che scapperebbero via e invece rimangono. Trattenuti da qualcosa di bello da conservare.